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Il mio ritorno a tempi più semplici e felici

La prima volta che ho sentito parlare di Punkt è stata al festival “Digital Detox Festival” nei pressi di Sauris.

Le ragioni per le quali ho deciso di recarmici erano molteplici ma, la più fondamentale — quella che mi ha motivato a intraprendere un viaggio in solitaria fino a quel paesino del Friuli — è stata la ricerca di una soluzione al tempo spropositato che passavo sui social media.

Per chiarire: ho 25 anni e il mio primo account social l’ho avuto attorno ai 13 anni. Il mio primo telefono, quello che oggi potremmo definire una sorta di dumbphone, lo ebbi attorno ai 7 anni, e lo usavo prevalentemente per chiamare la mia famiglia.

Mi sembra che in un attimo siano arrivate un miliardo di cose che hanno sconvolto la realtà. Sicuramente lo smartphone è una di queste.

Così comodo, così bello, così utile.

Non so come si facesse prima, perché io ci sono nata con queste tecnologie.

Ho vissuto la mia vita in apparente armonia con queste innovazioni. Non ho mai saputo nulla di informatica e non ho mai letto un libretto di istruzioni per poterle utilizzare.

È stato tutto molto naturale. Intuitivo. Quasi come un imprinting.

Crescere dentro i social

Con l’arrivo di Facebook e altri social media come Ask, Musical.ly, Instagram, TikTok, Tumblr e Snapchat è stato lo stesso.

Sembravano una figata pazzesca.

Io e i miei amici eravamo praticamente sempre connessi. Sembrava di avere in mano un mondo tutto nostro, dove avevamo il potere di mostrarci.

Dove avevamo il “diritto” di esistere, di dire la nostra, di farci conoscere, di condividere idee e pensieri, tanto quanto chiunque altro.

Ho scoperto da me questo mondo, insieme alla stessa rete di amici che condividevano quel piccolo e infinito universo.

Nel corso degli anni è diventato quasi indispensabile possedere uno smartphone e saperlo utilizzare.

I suoi usi sembrano infiniti, ed è proprio la versatilità il suo cavallo di Troia.

Si parla di identità digitale, home banking, shopping online e via dicendo. Tutto nel palmo di una mano. Apparentemente.

Quando ho capito di avere un problema

Durante la pandemia di Covid-19 ho avuto modo di fare esperienza dell’invisibile e ho posto l’attenzione dove prima c’era distrazione.

Ho capito di avere un problema.

Il mio utilizzo dei social media in una giornata era di circa 7 ore. Anche a pandemia finita, il problema continuava a persistere.

Mi dirigevo senza freni verso il brainrot: consumavo contenuti veloci, banali, superficiali, tutti identici, poco creativi.

Ero cosciente di avere un problema e ho cercato diverse volte di affrontarlo: ho disattivato le notifiche, ho impostato un tempo massimo di utilizzo, ho modificato l’interfaccia dello smartphone così che fosse meno appetibile.

Ma niente.

Credo che ognuno preferisca una piattaforma rispetto a un’altra. Nel mio caso, il social di riferimento è Instagram.

Se all’inizio ero un’utente attiva — che condivideva, commentava, reagiva, pubblicava — successivamente sono diventata un’utente che era online come un fantasma.

Consumavo il mio tempo per vedere contenuti con i quali nemmeno interagivo più.

Non avevo nemmeno la scusa del reperire informazioni: durante la pandemia ho smesso di seguire tutte le testate giornalistiche e di informazione sui social.

Provavo un’ansia costante.

Inoltre, mi sentivo sempre presa in giro. Mi sembrava di essere un pesciolino che vedeva ami ovunque.

All’inizio ho abboccato: titoli clickbait, contenuti non conclusi che spingevano ad andare sempre più a fondo.

Vedevo la rete sì, ma non come avevano immaginato i pionieri di internet.

Piuttosto, come un pesciolino vede una rete da pesca. Sono stata adescata.

Tecnologia, dipendenza e contraddizioni

Non sono né luddista né tecnofobica, ma non posso fare a meno di pensare che ci sia qualcosa di controverso in tutto questo.

Ho in mano uno strumento potentissimo che richiede non solo di essere utilizzato, ma anche compreso.

Partendo dai materiali di produzione — che includono gran parte degli elementi della tavola periodica — fino all’assemblaggio e all’hardware.

Quanto è sostenibile cambiare telefono quando, nella maggior parte dei casi, il problema è la batteria?

Sono logiche di mercato appartenenti alla nostra società.

Appartenere, essere all’interno, come organi in un corpo: parte di un organismo più grande, che non gestisci da solo.

Un ecosistema che si nutre di attenzione e stimoli.

Metterci un punto

Così ci ho messo un punto. Un “Punkt”.

È stato un processo lungo ma soddisfacente.

In questi mesi il setting del mio smartphone è totalmente cambiato.

Ho cancellato gran parte delle applicazioni: niente più Instagram, TikTok, Google Maps, YouTube.

Sono passata ad applicazioni diverse ma ugualmente valide, che tutelano maggiormente i miei dati e non seguono logiche algoritmiche iper-frenetiche.

L’MP02 mi ha aiutata in questo processo di consapevolezza.

E la biblioteca è stata una grande alleata per tutte le informazioni che ho raccolto.

Ho utilizzato il Punkt MP02 per diversi giorni, non sempre, ma in varie occasioni — soprattutto durante i viaggi.

Viaggiare senza smartphone

Sicuramente, l’aver intrapreso la ciclovia Alpe Adria senza smartphone è stata un’esperienza che vale la pena raccontare.

Io e il mio ragazzo siamo partiti da un paesino sloveno al confine con l’Italia, per attraversare in bici il Friuli fino a giungere in Austria, nei pressi di Salisburgo, per poi tornare indietro.

Abbiamo dormito in tenda tutte le notti, bivaccando dove più ci piaceva.

Non avevamo mappe digitali da seguire, solamente dei segnali lungo il percorso.

Durante quei giorni non ci siamo mai annoiati.

Eravamo sempre sulle bici, ci guardavamo attorno, parlavamo, ci ascoltavamo.

Eravamo in contatto con la nostra mente e il nostro corpo.

Ma non solo.

Mi è sembrato di vedere il mondo in maniera diversa.

Prestavo attenzione a dove andavo, ai dettagli di ogni borgo, di ogni via, di ogni città.

Ed era bello.

Sentivo nascere dentro di me una curiosità nuova. Una sorta di meraviglia, di stupore.

Fotografavo con gli occhi i momenti, cercando soluzioni creative ai problemi — anche tecnici — che si presentavano durante il viaggio.

Un tempo diverso

Alla fine, Punkt per me è stato anche questo:

un ritorno a un tempo diverso, più autentico.

Un tempo in cui ho imparato a dividere le mie giornate tra studio, ozio, lavoro e scoperta.

Un equilibrio che, come studentessa, sento di aver conquistato e che voglio portare con me anche nel futuro.

- di Chiara Stella Lorenzi