Scrivere dove si è spento Caravaggio: una ricerca della presenza

Mi trovo qui a Porto Ercole, nella casa dove è morto Caravaggio, provando a fare progressi sul mio romanzo. Penso alla vita avventurosa che deve aver vissuto e alla mia, e non posso che sentirmi deluso. Sono anni che tento di scrivere un romanzo da una mia sceneggiatura e le ho provate tutte. Ho tentato stesure in prima e terza persona. Poi, insoddisfatto, ho cercato di nascondere i difetti di trama, realizzandone una versione in prosa poetica. Ho accumulato fallimenti dopo fallimenti.
Eppure, mentre digitavo sulla tastiera, la scrittura mi appariva fluida e musicale e non riuscivo a comprendere dove sbagliassi. Alcuni amici giornalisti avevano persino lodato la mia capacità di linguaggio, il mio essere fin troppo letterario, tirando fuori paragoni che non facevano altro che lusingarmi.
Ma, per quanto mi sia continuato a sforzare, tutte le pagine mi apparivano forzate e artificiali. Sì, le frasi funzionavano, le ambientazioni erano interessanti, la trama avvincente. Ma sentivo di essere solo sulla superficie dei personaggi, come distante da loro.
Ero una specie di regista che li pilotava e loro avevano la profondità di un manichino. Era una qualità che avevo faticato ad acquisire, al motto dello show, don’t tell di stampo cinematografico, e che non riuscivo più ad abbandonare.
Con l’avvento dell’AI non avevo fatto che peggiorare le cose. Ero corso a comprare un iPad Pro e mi ero messo al lavoro. Speravo davvero che una macchina potesse migliorare il mio lavoro?
Per alcuni giorni mi sembrava fosse così. Ma, dandole in pasto grosse fette del romanzo, non facevo altro che spersonalizzarlo, renderlo perfetto grammaticalmente, ma sempre più anonimo e scarno.
Ma cosa stavo davvero cercando?
L’iPad Pro era di una potenza impressionante, l’AI sempre più sofisticata… ma non è l’imperfezione e la delicatezza a renderci umani? E non è questo che cerchiamo dagli artisti?
Avevo bisogno di staccare per un po’ di tempo, per ritrovare le energie e le motivazioni primarie del progetto che, sentivo, mi stava sfuggendo di mano.
Ma la vita, come direbbe Virginia Woolf, sembrava rincorrermi con latrati di cani che ti distraggono dal lavoro, e certamente sarebbe stato più facile mollare.
Così, quando ho letto del Digital Balance Challenge 2025 di Punkt, mi sono detto: ora o mai più.
Seguivo da anni Punkt e agognavo quello stile di vita meno complesso e quella chiarezza di pensiero che avevo ammirato così tanto nel primo Steve Jobs.
In fondo, per quanto sembri assurdo vista la mole dei suoi lavori, quella semplicità era anche la stessa che uno dei miei eroi — Tolstoj — predicava.
Era davvero arrivato il momento di mettere un punto a quella confusione e agire in maniera radicale.
Ma ne sarei stato capace?
Sarei stato in grado di penetrare quel velo che io stesso avevo creato tra me e i miei personaggi?
Era il momento di scoprirlo.

Per la challenge ho chiesto a un amico di prestarmi la casa a Porto Ercole per un weekend. Si tratta di una chiesa sconsacrata che domina, con la sua terrazza, il porto.
Una placca di fronte alla casa recita:
“Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, sbarcò probabilmente allo Sbarcatello, un piccolo approdo collocato a sud-ovest di Porto Ercole, nascosto al ferreo controllo degli spagnoli. Sulla testa del pittore pendeva una Pena Capitale ed egli era alla disperata ricerca della feluca che trasportava i suoi quadri. I tre dipinti erano infatti la sua unica speranza per ricevere la Grazia Pontificia. Ferito e malato, con un caldo eccezionale, svenne, venne soccorso e portato all’ospitale della Confraternita di Santa Croce che accoglieva e curava gli stranieri. Dopo due giorni di agonia, il 18 luglio del 1610, morì e venne sepolto nel cimiterino di San Sebastiano. L’edificio, oggi sconsacrato, presenta un portale realizzato in calcare cavernoso con due croci scolpite sugli stipiti.”
Dentro di me avevo sperato che il luogo stesso potesse offrirmi ispirazione.
Nella valigia ho messo poche cose: qualche cambio, il Punkt MP02, una penna stilografica e dei fogli, una Contax T2 con un solo rullino di Portra e una vecchia macchina da scrivere Olivetti Lettera 22.

Mentre ero sul treno sono stato assalito dall’angoscia: in tutta la mia vita, da quando la posta elettronica e WhatsApp sono diventati il mezzo di comunicazione per eccellenza, non avevo mai passato un giorno senza controllarli.
Questo voleva dire che non avevo mai passato un giorno senza navigare o connettermi.
Sorrisi, perché un tempo “navigare” era sinonimo di avventura, significava scoprire nuovi continenti, non certo scrollare instancabilmente alla ricerca della prossima cosa da comprare.
E “connettersi” voleva dire trovare nuovi amici, avere un rapporto intenso e vero con delle persone.
E ora, come avrei fatto a scrivere?
Provai un senso di panico.
Non avere il computer voleva dire rendersi davvero vulnerabili.
Per calmarmi pensai a Walter Berry, un poeta americano che ammiro molto per il suo coraggio e le idee radicali. Nel suo saggio del 1987 Why I Am Not Going to Buy a Computer dichiarava, senza alcuna ironia, gli otto motivi per cui avrebbe continuato a usare una matita per scrivere e non un computer, argomentandolo in maniera controversa ma sagace.
Iniziai a sentire un desiderio profondo e intenso di contatto con il reale.
La penna stilografica o la macchina da scrivere avrebbero aggiunto un elemento fisico alla scrittura, qualcosa che speravo mi aprisse a qualche intuizione. Sarebbe stato come camminare e pensare: avrei ragionato meglio.
Scrivere davvero voleva dire confrontarsi con le proprie paure e richiedeva concentrazione assoluta.
Come scrittore, aspiro a far parte di quella corrente che crede che ci sia qualcosa di magico nella scrittura, che quest’attività si basi sulla possibilità di accedere a qualcosa di più profondo, oltre il nostro piccolo ego.
Su come definire quest’idea — se si tratti di intelligenza emotiva o della generosità delle muse — poco importa.
Mentre sentii l’altoparlante gracchiante nominare la mia stazione di arrivo, pensai ai miei libri preferiti.
La maggior parte di essi era stata scritta prima dell’invenzione del computer.
Una volta alla stazione di Orbetello, scrissi un SMS a mia moglie. Tutto ok, sono appena arrivato.
Adoravo la lentezza con cui ero costretto a scriverle. Mi ricorda che non ho nessuna fretta.
Non ho WhatsApp, ma lei riceve comunque il messaggio e mi risponde che a breve andrà a letto e che mi vuole bene. Penso che mi basta questo, non sento il bisogno di vedere un suo selfie per sentirmi rasserenato dal suo amore.
Da qualche anno provo un impulso irrefrenabile a limitare l’uso della tecnologia.
Faccio parte della Gen X, quella generazione che ha visto nascere prima i mass media, poi Internet e i cellulari, poi i social e ora anche l’intelligenza artificiale.
Per così tanti anni ho dato così tanto agli schermi e posso affermare che loro a me hanno dato poco o nulla.
Anzi, solo da qualche anno ho certezza che sono loro ad aver preso subdolamente informazioni senza il mio consenso, qualcosa che ho vissuto — e vivo — come un’aggressione.
Dopo aver letto Digital Minimalism di Cal Newport, avevo chiuso definitivamente tutti i social, compreso il mio crescente account Instagram che in un anno era arrivato a dodicimila follower, e tuttora non avevo alcun rimpianto.
Istintivamente tirai fuori lo smartphone per vedere quale autobus mi avrebbe portato a Porto Ercole, ma non avevo smartphone, né tablet né computer.
Nel momento in cui chiediamo al telefono di darci indicazioni, pensai, ci affidiamo alle corporations e non più all’altro.
L’altro, interrompendo il rapporto con il nostro schermo succulento, diviene un nemico. Si frappone tra noi e la promessa d’intrattenimento del nostro OLED portatile.
Per anni sono stato un early adopter, e tuttora non ne sono completamente immune.
Avevo inseguito i dispositivi come fossero promesse di una vita migliore.
Ricordo ancora quando proposi a mia moglie un viaggio a Parigi: in realtà volevo solo correre allo store Orange per comprare il primo iPhone sbloccato.
Per non parlare del viaggio “on the road” da Los Angeles a San Francisco, con una tappa obbligata a Cupertino, come si trattasse di un pellegrinaggio.
Eppure, più accumulavo tecnologia, più mi sentivo svuotato.
Lo smartphone non mi aveva mai davvero restituito l’energia che gli avevo dato: ha amplificato le mie paure e le ha travestite in distrazioni.
È la scusa perfetta per procrastinare e io sapevo di averla usata a fondo.
Ogni notifica, ogni messaggio, ogni possibilità di “restare connessi” mi offriva l’illusione di fare qualcosa di produttivo, mentre in realtà spostavo altrove il centro della mia vita.
Non c’era mai spazio per confrontarmi davvero con me stesso.
Il bar della stazione stava chiudendo. Entrai, chiesi un succo, una pizzetta e un panino incartato nel cellophane a una donna forse innervosita dalla mia richiesta tardiva.
Mangiai il panino, poi chiesi al cassiere quale mezzo mi avrebbe portato a Porto Ercole. Disse che sarebbe passato tra pochi minuti.
Dalla borsa tirai fuori il giubbotto e lo indossai. Pur essendo a fine settembre, era una di quelle giornate che ti fanno capire che l’estate è finita.
Fuori osservai una coppia di cani, un meticcio anziano e un cucciolo di bassotto, scorrazzare nello spiazzale.
Il più giovane alzava una delle zampe e abbaiava tra la sfida e il gioco, cosa che lasciava l’altro interdetto e divertito.
Finalmente, dopo quindici minuti, salii sul bus.
Ero con poche altre persone, mentre la stagione turistica si avviava alla fine. Li vedevo ballonzolare al crepuscolo, con i volti immersi nei telefonini.
Nessuno parlava, nessuno sorrideva.
Ebbi un’intuizione:
lo smartphone era diventato la sigaretta della nostra epoca.
Ai miei tempi, quando si era in imbarazzo, si fumava. Oggi basta tirare fuori il telefono per nascondersi.
È più facile abbassare lo sguardo su uno schermo che affrontare quello di uno sconosciuto.
Forse, ragionai, lo smartphone anziché dare forma frammenta la realtà, la rende informe.
E così facendo ci rende ancora più insicuri e spaventati.
Nell’era della AGI l’uomo è più confuso di prima, senza più un terreno solido sul quale poggiare i piedi e alcun orizzonte misterioso a cui aspirare.
In quest’ottica lo smartphone assume la forma di un rabbit hole che, mascherato da candy bar, risucchia in un mondo onirico dove gli oggetti non hanno spessore.
Mi chiedo come sia possibile vivere così per un artista o aspirante tale.
Gli oggetti all’interno del piccolo schermo sono immortali, inattaccabili. Possiedono l’opposto delle qualità a cui l’uomo e le leggi naturali devono sottostare: sono immutevoli, non subiscono la forza di gravità, non creano legami neurali chimici, non si muovono in uno spazio solido, non provano paura e amore, non emanano calore.
In quanto tali ci appaiono come l’apice della civiltà, nuove divinità greche sul monte Olimpo impegnate a intrattenerci con i loro rapporti infiniti, senza darci mai la possibilità di afferrarli.
Nel nome della comodità (dal latino commisura), misurano le nostre vite, i nostri passi, i battiti cardiaci, consigliandoci cosa sia meglio per noi e per la nostra esistenza ormai disgregata.
Arrivai a Porto Ercole. Seguendo le indicazioni che avevo copiato a mano sulla mappa, raggiunsi facilmente la casa.
Provai uno strano senso di soddisfazione: ero arrivato a destinazione senza alcuna app.
È buio e sono stanco. La camera da letto si era dimostrata estremamente accogliente, più di quanto potessi sperare.
Dopo aver mangiato la pizzetta, mi lavai i denti e andai a dormire.
Domani sarebbe iniziato il primo giorno di scrittura, una scrittura nuova, limpida e intensa.
O almeno così credevo, mentre il sonno mi offuscava la mente.
Il Mattino
È mattina presto. Con la macchina da scrivere e alcuni appunti esco sulla terrazza, nel cielo rosato e nel fresco del mattino.
Eccomi qui, finalmente solo, per scrivere un libro nel luogo dove è morto Caravaggio.
Il pensiero di essere più grande di lui quando è venuto a mancare mi tormenta: non ho vissuto un centesimo della sua folle vita, non ho creato nulla.
Forse perché la mia vita si è sempre basata sulla paura. Paura di sbagliare, paura di non essere all’altezza, paura di non riuscire a piacermi.
Questi mostri sono difficili da affrontare e ogni scusa per procrastinare è utile; e qual è lo strumento che, sotto le sembianze della sua praticità, adduce tutte le scuse possibili per non fare ciò che davvero vorremmo?
Forse venire qui è stata tutta un’idea stupida, l’ennesimo fallimento da accumulare ai precedenti.
Su Pigeon rispondo a un messaggio di un amico americano, poi chiamo mio padre per sincerarmi che tutto vada bene. Mi chiede come procede con il libro.
Magnificamente, rispondo.
Sistemo la macchina da scrivere sul tavolo di ferro che dà sul porto, giro il telefonino Punkt con lo schermo sulla superficie.
Giocandoci, ho scoperto un’impostazione che permette di silenziarlo così: un gesto semplice, e il solo farlo mi dà piacere.
Non sono costretto a entrare in un sottomenu, a premere pulsanti, a rischiare di perdermi in qualche app o notifica.
Finalmente sono disconnesso.
Inserisco la pagina bianca nella macchina da scrivere.
E ora?
Non riesco a premere neanche una lettera.
In fondo, ragiono, credo di non meritarmelo.
Penso a come doveva vedere Caravaggio il mondo, a come, senza fotografia e senza cinema, sia stato così audace, a come non abbia avuto paura di se stesso.
In cosa ha superato i pittori della sua epoca?
Mi preparo una tazza di caffè solubile.
L’amico che mi ha prestato la casa si è dimenticato di lasciarci la moka. Ha un sapore bruciato, che non ha nulla a che vedere con quello a cui sono abituato, ma l’odore è simile, e me lo faccio bastare.
Sento l’impulso irrefrenabile di controllare la posta, di vedere cosa è successo nel mondo in queste poche ore.
Ma non c’è nulla che possa fare: non ho smartphone, né computer, e ancora non riesco ad abituarmici.
Provo a chiamare un amico per vantarmi di dove sono, ma non mi risponde.
Guardo verso il porto. Alcune barche veleggiano, uscendo; altre accendono il motore in attesa che l’equipaggio si completi.
Il cielo, che rendeva tutto calmo e piatto, viene coperto da alcune nubi minacciose che appaiono inaspettatamente da dietro le colline che circondano il paese.
Una folata di vento freddo, che sa di sale, mi colpisce.
Prendo la mia Contax T2 e decido di scendere.
Un po’ di movimento mi farà bene.

Il Porto
Un ultimo raggio di sole cade fresco sulla mia pelle.
Man mano che scendo mi rendo conto che c’è poca gente in giro.
Estraggo la Contax T2 dalla tasca e inizio a scattare.
Alcune barche sono in manutenzione, una madonnina votiva ha un piccolo cero acceso.
Dentro uno dei negozi osservo un uomo parlare con l’addetta alle vendite. È uno di quelli che gesticolano sempre, a volte imponendo le mani a mezz’aria come se pregasse, altre picchiettandosi la testa calva, ma mai stando fermo, convinto che le sue argomentazioni, così esposte, siano più veritiere.
In un bar vuoto una ragazza bionda osserva il mare, annoiata, con la testa poggiata sulle mani.
Sorpasso un gruppo di curiosi che osservano l’attracco di una barca. Parlottano, come se la sapessero lunga sulla vita.
Proseguo sulla banchina, diretto verso il braccio che si immette nel mare.
Le nubi a valle sono così scure: devo sbrigarmi, inizierà a piovere da un momento all’altro. Prima di partire avevo letto le previsioni che davano pioggia tutta la settimana, forse per questo nessuno è venuto.
Il vento sul volto si intensifica, ma non così come fanno intuire le onde del mare.
Reti di pescatori sono ammassate una sopra l’altra, simili a sculture di colori diversi, e le barche di legno, dipinte a pastello e malandate, non sembrano molto affidabili per il trasporto.
Percorro il braccio che arriva nel punto più lontano del mare.
Nella parte finale, dove si piega il molo, osservo dei sassi squadrati su cui s’infrangono le onde e una grande statua di marmo a braccia aperte di qualche santo.
Rivolto verso terra, quell’uomo dai capelli lunghi abbraccia il paese vecchio.
Vado a zonzo per l’ultimo tratto, ma lì il vento è cresciuto e devo trattenere il cappello con le mani per evitare che voli via.
Un fascio di sole vaporoso scende ora sull’acqua, dorando il mare azzurro.
È uno spettacolo meraviglioso.
Scendo le scalette rosse di ferro per ripararmi dal freddo e arrivo alla passerella laterale.
Quando mi giro per tornare indietro, mi accorgo di un vecchio ossuto, con le gambe penzoloni su una panchina di ferro verde. Guarda assente il cielo che ora è divenuto nero.
“Buongiorno”, gli dico.
“Buongiorno”, mi risponde.
“Peccato per la pioggia.”
“Oggi non pioverà, stai tranquillo. Questo vento terrà quelle nubi laggiù.”
Lo ringrazio, rassicurato dalle sue parole.
Mentre risalgo i gradini di tufo per tornare a casa, penso agli ultimi istanti della vita di Caravaggio.
Quasi sicuramente il suo corpo doveva essere stato trasportato su quei gradini.
Forse, intuisco, cosa distingue il suo lavoro dai suoi contemporanei.
Nelle sue tele ciò che colpisce non è solo la plasticità dei corpi, o l’espressione, colta con una magistrale precisione, dei sentimenti umani, e neanche la riscossa dei più deboli che trovano spazio nei luoghi prima riservati ai potenti.
Sono tutti certamente elementi che hanno segnato la storia della pittura.
No, il motivo vero è che nei suoi quadri non ci sono gli orpelli delle magnifiche epifanie di Tiepolo.
È tutto spoglio, essenziale.
Quell’essenzialità diventa essenza stessa, concentrazione pura di azione e sentimento.
È lì che risiede la potenza delle sue immagini.
Egli non gioca a rimandare, non scappa. Prende tutta la realtà per quella che è.
Man mano che si evolve lo sguardo, l’epifania avviene nella mente di chi guarda.
E anche quando c’è quell’intento, si rimane con il dubbio: che sia la luce stessa a sembrare divina, che sia un caso, che ci si possa essere sbagliati.
Penso alla mano di Paolo, alzata verso il nulla, lasciando allo spettatore la possibilità di pensare che la sua sia solo follia.
La pittura di Caravaggio ci lascia senza fiato.
A volte pare più vera della realtà.
Riuscirò mai a ottenere una tale intensità nella mia scrittura?
Riuscirò a cogliere con la stessa potenza le svolte della narrazione, senza narrare?
Riuscirò ad affrontare il mondo nella sua verità, anche se, come Agnes Martin, gli do le spalle?
Devo calmarmi.
Tutto questo chiacchiericcio della mente non mi fa bene.

Esco in terrazza. Il vecchio pescatore aveva ragione, non pioverà.
Il Punkt è lì. Sono tentato di girarlo per vedere se qualcuno mi ha chiamato. No, mi dico. Ma, come spesso mi accade, mi contraddico.
Lo volto. Lo schermo è nero.
Premo il pulsante di accensione, ma il software mi richiederebbe di sbloccarlo per vedere se ci sono notifiche.
Aver acceso lo schermo, però, è sufficiente a saziare la mia ansia.
Ripenso a perché credo così tanto nelle storie.
La parola deriva dal greco antico ἱστορία (historía), che significa “ricerca, indagine, conoscenza ottenuta tramite investigazione”.
La mia pulsione a scrivere proviene da lì, con lo spirito di indagare, capire, interrogarmi sulla realtà che mi circonda.
Devo farmi testimone (ἵστωρ, hístōr) dei fatti, che siano di un racconto di finzione o della mia stessa vita.
Devo essere presente.
Solo così creerò i presupposti necessari a creare qualcosa di nuovo ed entusiasmante.
Per realizzare questa presenza, deve tutto partire dalla sincerità della mia scrittura, senza filtri.
Faccio un respiro.
Mi sento rinvigorito.
Più proseguo in questo stato, più è come se un’energia nuova mi pervada.
Non si tratta di piacere, ma di gioia.
Gioia di essere vivo.
Sorge in me come una sottile speranza.
Forse ce la posso fare.
Forse anch’io, anche se la mia vita non ha nulla di eccezionale, posso tentare, lettera dopo lettera, parola dopo parola, paragrafo dopo paragrafo, lentamente ma inesorabilmente, a costruire qualcosa di duraturo.
Non sono io, con i miei problemi, a contare, ma la scrittura stessa.
Tac, la prima lettera.
È una “M”.
Non c’è alcun algoritmo che prevede o suggerisce cosa debba scrivere.
Ci sono solo la pagina e la mia coscienza.
È una “i”, questa volta.
Espiro.
Mentre scrivo, mi sento scomparire.
È questo quello che voglio, perché appare un altro mondo, un mondo della stessa, se non maggiore, intensità di quello che mi circonda.
Mi viene in mente l’intervista di Paul Harding: bisogna solo osservare i personaggi senza imporre noi stessi.
Sì, mi dico, sento che sto entrando lì.
Dopo anni, finalmente sono loro a imporsi.
Allora mi dico: anche se non ho vissuto come Caravaggio, mi sento bene, dopo tanto tempo.
Non ho paragoni da fare, non ho notizie da conoscere.
So che non è — e non sarà — il mezzo a rendermi perfetto.
Non sarà il prossimo iPhone.
La soluzione ai miei problemi di scrittura risiede dentro di me, nel darmi una carezza e imparare a lasciarmi andare.
Senza distrazioni.
- Michele Malfetta

